Rapporto Congiunturale Confapi 2026: con il 60,9% della produzione in stallo, i contraccolpi del blocco di Hormuz e del Medio Oriente su margini e ricavi e il 66,5% che rinuncia al credito, il Presidente Camisa chiede al Governo un Piano Marshall e il ripristino del credito d’imposta per rilanciare la competitività delle PMI.
Un quadro d’insieme caratterizzato da forte tenuta ma condizionato da una persistente incertezza globale. È quanto emerge dal nuovo Rapporto Congiunturale Confapi sul primo semestre 2026 e sulle aspettative per la seconda metà dell’anno, condotto su un campione rappresentativo di 2.000 PMI industriali associate. Presentata venerdì 28 agosto a Roma dal Presidente nazionale Cristian Camisa, l’indagine delinea l’andamento e le strategie imprenditoriali di fronte ai nodi geopolitici, macroeconomici e tecnologici attuali.
PRODUZIONE, FATTURATO, ORDINI E EXPORT: I NUMERI DEI PRIMI SEI MESI
Dall’indagine affiora la complessità della prima metà dell’anno, caratterizzata da un generale stallo dell’attività: la produzione è calata o rimasta invariata per il 60,9% delle PMI, il fatturato non è cresciuto per oltre il 60% dei casi e gli ordinativi sono risultati piatti o in flessione per il 64,18% delle aziende.
Nel commentare questi dati, il Presidente Cristian Camisa ha posto l’accento sul clima di forte preoccupazione che blocca la programmazione aziendale:
“La nostra indagine congiunturale ha sicuramente dimostrato che è un periodo particolarmente complicato in cui sia gli investimenti, sia i volumi, ma anche i fatturati hanno percentuali elevate di dati stabili o negativi. Detto questo, la resilienza delle nostre aziende sta permettendo comunque al sistema industriale delle PMI di andare in una direzione ancora discretamente positiva.”
Cresce intanto la proiezione internazionale delle PMI: nei primi sei mesi del 2026 la quota di imprese esportatrici raggiunge il 58,3%, in aumento rispetto al 55% dell’anno precedente. Un avanzamento spinto dalle sinergie tra Confapi, Ministero degli Esteri, SACE, Simest, CDP e ICE, anche se il 41,7% di realtà non esportatrici testimonia un potenziale di internazionalizzazione tuttora inespresso.
LE TENSIONI GEOPOLITICHE
Sul fronte internazionale, il quadro è appesantito dai blocchi commerciali e dall’instabilità nello Stretto di Hormuz. La crisi in Medio Oriente minaccia la redditività del 69,5% delle PMI, con il 50% delle aziende che subisce già il taglio dei margini a causa dei rincari logistici ed energetici. Parallelamente, sul versante dei dazi statunitensi, sebbene l’87,5% delle imprese non registri impatti diretti drammatici, quasi la metà del campione (48,2%) osserva con timore il conseguente rincaro delle materie prime importate.
L’impatto sui bilanci e sulle dinamiche contrattuali è stato spiegato direttamente dal Presidente Confapi:
“È chiaro che anche la congiuntura internazionale, dovuta in particolare allo stretto di Hormuz, sta creando grandissime difficoltà, con conseguenti rincari su materie prime, energia e logistica. E questo ha degli effetti diretti sulla marginalità e sui profitti all’interno delle nostre imprese, perché molto spesso l’aumento dei costi non è possibile traslarlo su aumenti di prezzi di vendita. Questo perché, il più delle volte, i nostri clienti finali sono le grandi aziende e il nostro potere contrattuale non ci permette di poter andare in questa direzione. Uno dei principali effetti, quindi, è una diminuzione della marginalità e soprattutto il fatto che le aziende si stanno indebitando maggiormente.”
CREDIT CRUNCH E SPINTA SULL’AI
La tensione finanziaria trova conferma nel fatto che il 66,5% delle PMI non ha avanzato richieste di nuovi finanziamenti bancari, spingendo il 56,3% delle imprese a fare affidamento esclusivo sull’autofinanziamento con conseguente indebolimento degli asset patrimoniali. Alle problematiche geopolitiche si sommano così le difficoltà di accesso alle risorse per la crescita. Una dinamica paradossale per un settore – quello delle Micro e Piccole Imprese – che rappresenta ben il 95% del tessuto produttivo italiano e garantisce il 41% dell’occupazione complessiva.
Nonostante il quadro complesso, la propensione all’innovazione resta viva: il 23,3% delle PMI punta su progetti legati all’Intelligenza Artificiale per ottimizzare i processi (90,2%), elaborare e gestire i dati (82%) ed elevare la produttività (60,7%).
LE PROSPETTIVE PER IL SECONDO SEMESTRE
Le proiezioni per la seconda metà del 2026 confermano una fase di stasi e prudenza. Il 33,15% degli imprenditori prevede una contrazione del mercato a fronte del 28,93% che attende una sostanziale stabilità. Nel dettaglio, produzione, fatturato e ordini si preannunciano stabili o in calo rispettivamente per il 76%, 73% e 71% delle aziende.
Anche sul versante occupazionale prevale la cautela: il 71,62% delle PMI manterrà invariata la propria forza lavoro, con appena il 16,53% intenzionato ad ampliarla. Sul piano finanziario si impone la linea dell’autonomia, con il 56,56% delle imprese che farà ricorso all’autofinanziamento sia per la gestione corrente sia per l’attività operativa. A fronte di questo scenario, solo il 30,9% delle PMI dichiara di voler effettuare nuovi investimenti entro la fine dell’anno, indirizzando le risorse in modo prioritario verso l’acquisto di nuovi impianti e macchinari (63,6%).
LA RICETTA CONFAPI: PIANO MARSHALL E CREDITO D’IMPOSTA
Per sostenere la tenuta del tessuto produttivo, Camisa ha tracciato la rotta delle richieste al Governo:
“Cosa fare nei prossimi mesi? Indubbiamente chiediamo al governo una sorta di piano Marshall per le PMI. Le misure che sono state messe in campo ad oggi, ad esempio Transizione 5.0, sono più adatte per la media e la grande industria. Richiediamo invece di ritornare al credito d’imposta perché è uno strumento conosciuto, facile e soprattutto utilizzabile a prescindere che vi siano o no utili aziendali. Questo è necessario per poter fare investimenti soprattutto in macchinari, ma anche in tecnologia e agganciare la competizione, perché sempre di più, se vogliamo essere competitivi nel medio termine, questi sono elementi fondamentali. Occorre una politica industriale chiara, strumenti concreti e condizioni di maggiore stabilità, affinché le imprese italiane possano competere ad armi pari con le loro concorrenti europee e continuare a rafforzare la propria presenza sui mercati internazionali”.

